Il ginkgo è la sola specie vivente del gruppo delle
Ginkgophyta e senza dubbio la pianta a semi ad origine più antica.
Piante molto simili ad essa erano diffuse su tutte le terre emerse nel
Giurassico e nel Cretaceo, ma poi andarono progressivamente scomparendo,
tranne questo grande albero che Darwin definì "fossile vivente".
Originaria probabilmente della Cina interna, e considerata per molto tempo
estinta allo stato spontaneo, sembra essere stata invece ritrovata in
formazioni boschive naturali in una piccola zona nei pressi di Nanchino.
Il ginkgo è coltivato comunque da sempre nei giardini dei templi
e dei luoghi di culto in Cina ma soprattutto in Giappone; venerata come
"albero sacro" perché si riteneva proteggesse dai cattivi
spiriti e perché rappresentava il simbolo della coincidenza tra
gli opposti e dell'immutabilità delle cose.
E' un albero imponente, a lento accrescimento, molto longevo, che può superare i 30 metri di altezza. Molto
comune in parchi e giardini e apprezzato per la forma a ventaglio bilobato
delle sue foglie che, prima di cadere in autunno, assumono un bel colore
dorato e per la resistenza alle malattie, agli attacchi di funghi e di
organismi fitofagi, come pure all'inquinamento atmosferico. Si tratta
di una specie dioica, cioè a sessi separati, con fiori, maschili
e femminili, portati su piante diverse. Nei giardini pubblici e nelle
alberature stradali si preferiscono gli individui maschili, perché
i semi prodotti da quelli femminili emanano un odore rancido per la presenza
di acido butirrico nell'involucro carnoso esterno, molto sviluppato e
responsabile anche di serie dermatiti da contatto. I semi in Oriente sono
usati nell'alimentazione, dopo averli sottoposti a fermentazione per liberarli
dall'involucro esterno.
Il nome del genere: "Ginkgo" ha origini giapponesi e significa
"albicocca d'argento" (gin=argento; kyo=albicocca) perché
i semi a maturazione sembrano appunto albicocche infarinate. Il nome della
specie, "biloba", si riferisce alla forma bilobata della foglia.
"Ginkgo" è però un nome erroneo, causato da un
errore di stampa riportato da Linneo (in Mantissa plantarum, 1767),
al posto di "Ginkyo", che rappresenta la pronuncia originale
del nome giapponese; questo nome però è ormai fissato dalle
regole di nomenclatura.
Secondo la tradizione, il maestoso ginkgo situato all'interno della porta
Nord nel quarto omonimo, venne importato a Padova nel 1750. Si tratta
di un esemplare maschile su cui, negli ultimi anni dell'Ottocento, fu
innestato a scopo didattico un ramo femminile. Ogni anno questo ramo si
ricopre di ovuli portati generalmente in coppia da brevi peduncoli, che
in autunno si trasformano in semi carnosi giallastri. Il vecchio ginkgo
ha perso la sua caratteristica forma a cono a causa di un fulmine; la
forma tipica si può invece ammirare in un individuo più
giovane, situato al di fuori del muro subito dietro alla serra che ospita
la palma di Göethe e di fronte alla prima delle serre ottocentesche.
Questa pianta raccoglie da sempre l'interesse di artisti e poeti di tutto
il mondo: tra i più illustri Wolfgang Göethe, che le dedicò
uno scritto, di cui si riporta qui di seguito il manoscritto originale
(fonte: http://www.xs4all.nl/~kwanten/goethe.htm)

Ginkgo biloba è attualmente molto studiato in campo
medico. Le sue foglie contengono infatti numerosi flavonoidi e ginkgolidi
(a struttura terpenica), sostanze utili per la loro attività favorevole
nella cura e prevenzione di patologie del microcircolo, soprattutto di
natura aterosclerotica e sostenute da aumentata aggregabilità piastrinica.
E' inoltre utile nell'insufficienza cerebrovascolare con deficit cognitivo,
nei disturbi auditivi e dell'equilibrio. Le sue numerose attività
terapeutiche ne sconsigliano però l'uso per automedicazione: è
indispensabile un controllo da parte del medico. Sono ancora da evitare
associazioni con farmaci che modificano l'aggregazione piastrinica (per
es. l'aspirina), per la possibilità di pericolose interazioni.